La Teatroterapia è una disciplina delle Arti terapie riconosciuta dalla legge. Può essere applicata in ambito preventivo, educativo e terapeutico.

10 domande&risposte

1. Teatroterapia?

E’ la messa in scena dei propri vissuti, all’interno di un gruppo, con il supporto della cultura psicanalitica dei principi di presenza scenica derivati dal lavoro dell’attore; consiste principalmente nella conoscenza di se stessi partendo delle proprie emozioni e di come queste sono espresse dal corpo.

La teatroterapia implica l’educazione e la percezione del movimento corporeo e vocale, un minuzioso lavoro pre-espressivo indispensabile alla creazione di quell’altro da sé che rende possibile e consapevole la reazione terapeutica.

2. Lavoro pre-espressivo?

Il lavoro dell’attore su se stesso, in altri termini imparare a camminare, saltare, cantare, ballare, agire nello spazio con una profonda consapevolezza del proprio corpo nel momento presente. Un training che viene prima dell’espressione, senza il quale non facciamo che scimmiottare gesti che conosciamo o abbiamo già visto da qualche parte. Il corpo è vissuto come strumento d’esplorazione, una specie di terreno da curare perché possa dare i frutti desiderati.
Ci sono almeno quattro livelli pre-espressivi: quello tecnico derivato dall’antropologia teatrale, quello percettivo sensoriale di origine primitiva, quello libero legato al gioco e quello parzialmente regressivo per scoprire l’essenza del gesto.

3. Finalità della teatroterapia?

L’obiettivo delle sedute consiste nel depurare il rapporto tra corpo, voce, mente e spirito nella relazione con l’altro, gli altri, se stesso al fine di custodire i mascheramenti conosciuti e sviluppare altre mitologie.
Solitamente gli effetti delle sedute di gruppo continuano a produrre un dialogo interiore sul singolo, anche dopo la seduta stessa, poiché gli stimoli ricevuti entrano a far parte di un’esperienza profonda che la persona può parzialmente integrare nella vita di tutti i giorni.
Sia chiaro che la teatroterapia non produce diagnosi né interpretazioni psicologiche e non può sostituire cure farmacologiche, ma le affianca, rafforza nuove visioni di sé.

4. Come funziona?

Agisce attraverso la rappresentazione di personaggi principalmente improvvisati, una fonte inesauribile delle bizzarrie inconsce, ma anche e soprattutto auto-costruzione dell’ordine simbolico nell’attore-paziente.
E’ un sistema costituito da una struttura di processi attivi, misurabili attraverso la maturità evolutiva del gruppo. Questa crescita è rappresentata dalla capacità dei singoli individui di sviluppare le proprie dinamiche creative ed i propri processi intrapsichici con modalità performative. In questo senso il teatroterapeuta è colui che, maturando nei suoi processi, umani e professionali, è in grado di dirigere il gruppo, contenerlo e re-indirizzarlo continuamente verso drammaturgie collettive.

5. Non è simile allo psicodramma?

Nello psicodramma l’attore spontaneamente improvvisa una parte, che sarà fonte di catarsi profonda tra sé e il personaggio, spesso ispirato alla sua vita reale. Nella teatroterapia l’attore si prepara al lavoro attoriale con esercizi pre-espressivi ricavati dall’antropologia teatrale, quindi lontani dalla sua vita reale, è educato allo stare in scena da un training particolare che fa i conti con l’arte della presenza consapevole. Inizialmente è chiesto all’attore-paziente di non rappresentare nulla, ma di fare molta pulizia delle sue buone maniere, delle sue resistenze all’azione spontanea. Il processo di educazione alla scena va di pari passo con l’affrontare le sue resistenze, ma molto dolcemente.
Nello psicodramma si arriva subito e decisamente al nucleo della nevrosi o della psicosi, in teatrotroterapia la mediazione artistica permette un percorso più dolce. E’ il paziente che decide quando è il momento di approfondire il conflitto, o meglio, è la trasposizione artistica di corpo, voce, movimento a decidere la poetica terapeutica.

6. Dove si applica la teatroterapia?

In campo preventivo la pratica dell’attore agisce su eventuali blocchi nella creatività che si manifestano in resistenze ad assumere nuovi ruoli e farli propri. Sappiamo che il lavoro corporeo rende mobili le cariche pulsionali, ricreando quel piacere verso gli oggetti, spesso fonte di conflitti e che il piacere di recitare e di mostrarsi, rinvigorisce il dialogo interiore tra corpo, mente, spirito, creando le condizioni per l’autoanalisi dei vissuti.

In ambito terapeutico il teatroterapeuta, psicologo e teatrante specializzato, cura il paziente inserendolo lentamente nel gruppo di terapia a mediazione teatrale, portandolo con gradualità a riprendere contatto con il corpo, la voce, il patrimonio gestuale, la ritualità e infine l’espressione artistica. Spesso il teatro serve a mettere in contatto la parte sana con quella “malata” per poterle integrare o farle accettare così come si esprimono. Come forma di terapia è adatta soprattutto per soggetti nevrotici non strutturati, i quali possono scoprire le capacità perdute, ma anche per i nevrotici strutturati e i casi di “border line” che, proprio attraverso la ripetizione, trovano quella struttura che permette loro di sviluppare l’io adulto. Nelle depressioni, come nelle forme di autismo, il teatro, lentamente, apre spiragli di comunicazione che sono il preludio al cambiamento.

Nei casi di psicosi grave, al momento non è ancora stata sperimentato a sufficienza, si consiglia di partire dal lavoro sul testo, utilizzando in modo limitato i processi regressivi sia espressivi sia pre-espressivi.

In ambito riabilitativo con carcerati, tossicodipendenti, disabili, non vedenti, persone anziane, il teatro è usato per scopi di risocializzazione, in quanto l’attività teatrale riporta il soggetto in contatto con la spontaneità, aiutandolo a riscattarsi dalle paure del passato.

7. E nell’educazione?

Negli ambiti della comunicazione educativa e formativa gli scenari che si aprono sono molteplici: dal teatro in funzione pedagogica, ben conosciuto nelle scuole, ai laboratori di teatroterapia nella funzione aziendale, alla performance come strumento di progettazione delle esigenze di una comunità. Le applicazioni sono molte, ma il rilievo più interessante e importante è l’influenza delle poetiche teatrali del ’900, da Artaud a Grotowski, sulla cultura pedagogica attuale.

Secondo Grotowski, formare un attore non significa insegnargli qualcosa, ma eliminare le resistenze, le reticenze e le buone maniere che non permettono l’atto totale. Se la relazione educativa è costitutivamente qualcosa che si scontra con una resistenza psicofisica, il lavoro sul corpo libera energia pulsionale stagnante rimettendo in gioco il rapporto tra anima e corpo. Processo psicoterapeutico e educativo sono letti come vie per l’eliminazione progressiva, ma pur sempre parziale, delle resistenze psicologiche.
Ciò nonostante un buon educatore, come un buon terapeuta, adotta un atteggiamento plurivalente, dove si rende disponibile ad accettare i comportamenti dei fruitori. Infatti, il modello della complessità dell’essere umano e del suo mondo relazionale interno come esterno, ci inducono a credere che l’altro va accettato così com’è, senza pretendere di cambiarlo in quanto ciò implicherebbe un atteggiamento unilaterale.

8. E’ previsto lo spettacolo?

Nonostante la finalità non sia prioritariamente quella della produzione artistica, è innegabile la possibilità di un processo estetico durante la costruzione della drammaturgia dell’attore come del gruppo o del regista. D’altro canto la costruzione tecnica della scena è poco prevedibile, in quanto non si lavora al fine di mostrare il prodotto a spettatori esterni al processo, ma per crescere e conoscersi meglio. A volte, queste “transizioni performative” sono talmente belle e spettacolari che nasce l’esigenza di presentarle ad un pubblico educato a comprendere il processo.

9. Cosa vuol dire curare con il teatro?

Lo sviluppo della personalità umana è molto complesso ed il teatro è un gioco per svelare, almeno in parte, la debolezza e la forza del mondo simbolico interno. Si gioca nell’area intermedia, uno spazio che Winnicott dice essere posto tra interno ed esterno dell’individuo; in questo setting di libertà espressiva possiamo permetterci tutto, anche di essere più veri.

Di fronte a una persona disturbata ci si chiede: di che tipo di follia soffre? Di una nevrosi o di una psicosi? Nel caso di una psicosi, quale tipo? Se è schizofrenia, quale sottospecie? Indaghiamo per capire se i sintomi psichiatrici sono legati a qualche anomalia celebrale. In realtà non esistono criteri diagnostici inoppugnabili. Ma evidentemente non basta che il cervello funzioni perché gli atti delle persone siano sensati ed adeguati.Con la teatroterapia, come con la musicoterapia e l’arteterapia, cerchiamo di intervenire sulla parte sana della persona. Il nostro compito è di rafforzare ritualità soggettive, rendendole patrimonio condivisibile nel gruppo, anche nel caso siano sintomi psicotici, nella convinzione che il sintomo è quasi sempre positivo in quanto manifestazione di vitalità e quindi di possibile scambio performativo.

10. Come agisce il teatro rispetto alla psiche?

Il paradosso dell’identità è l’oggetto di studio comune della psicopatologia e dell’arteterapia. In realtà noi siamo indefiniti e multipli, proprio come avviene nello spazio e nell’azione teatrale. L’io si viene a formare soprattutto nei processi d’identificazione ed assomiglia ad un gran teatro con tanti copioni e tantissimi personaggi che, a volte, si parlano addosso, a volte litigano, a volte si capiscono. Nel setting di teatroterapia questi personaggi hanno modo di essere esternati e interpretati direttamente attraverso il gioco del “facciamo finta che”. Un impareggiabile punto di riflessione sull’uomo concreto e la sua fatica a coniugare mente e corpo, fenomeni percettivi e processi creativi, spontaneità e controllo, originalità creativa e convenzionalità culturale, pluralità di copioni e unicità di personalità.

11. Come si diventa teatroterapeuta?

Frequentando la scuola di specializzazione che dura tre anni ed è rivolta a psicologi, insegnanti di teatro, educatori. Nel primo anno si agisce facendo esperienza di terapia su se stessi, nel secondo si lavora sul progettare e sul guidare un gruppo, nel terzo si perfezionano le proprie lacune didattiche. Naturalmente vi è anche una parte teorica, lo studio intorno al teatro di ricerca, la psicologia dinamica, sistemica e relazionale, le tecniche di terapie di gruppo a mediazione corporea, i processi dell’osservazione e di valutazione, la drammaturgia nei suoi aspetti antropologici.

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